Valfucina

S. Maria di Valfucina, con circa 400 pergamene pervenute, è il monastero benedettino del territorio sanseverinate più documentato e anche il più conosciuto per gli studi recenti di cui è stato oggetto. L’insediamento era situato alle pendici del monte S. Vicino, in una valle protetta dalla propaggine del Canfaito e dal vicino castello di Elcito, forse costruito sullo scoglio dagli stessi monaci e sul quale essi hanno totale giurisdizione.

Gli atti abbracciano oltre quattro secoli (1058-1484) e i più antichi attestano una fase già avanzata dell’attività economica. Informano sull’espansione delle proprietà, sulle attività dei monaci e permettono di ricostruire il quadro dei possessi fondiari, che si estendono non solo nelle attigue vallate del S. Vicino, nella montagna di Canfaito, nel castello di Elcito, e, più in basso, nell’ampia valle di S. Clemente, nei castelli di S. Pietro e Isola, ma anche nel territorio matelicese, in quello di Cerreto d’Esi e a Camerino. Estensioni consistenti nella zona di Cingoli così come nell’area iesina e nelle zone più lontane di Recanati, Osimo e Numana. L’abbazia esercita la giurisdizione anche su circa quaranta dipendenze, tra chiese, cappelle e eremi, come risulta dai privilegi emanati a suo favore da Lucio III nel 1184, da Gregorio IX nel 1236 e dalla documentazione successiva. Dall’esame delle carte risulta che nei primi decenni del Duecento il monastero raggiunge la massima espansione territoriale con oltre cento transazioni economiche, per poi arrestarsi subito dopo la metà del secolo e manifestare segni di cedimento dovuti a improvvise difficoltà economiche. Difficoltà che trovano una spiegazione nell’assalto portato al castello di Elcito, nel saccheggio e nell’incendio degli edifici monastici, da parte dei conti della Truschia, forse a servizio del comune sanseverinate nella fase di incastellamento e espansione. Segue dunque un periodo di crisi in quanto gli abati sono costretti a chiedere prestiti e a contrarre debiti sia per la ristrutturazione degli edifici danneggiati che per beni di prima necessità; devono inoltre difendersi dalle mire espansionistiche di privati, clero locale e vescovi, che tentano di sottrarre possessi e giurisdizioni e, soprattutto, dai reiterati tentativi del comune di impadronirsi del castello di Elcito: ne sono prova le frequenti azioni giudiziarie in corso nella seconda metà del Duecento. Con il tempo i debiti diventano più consistenti e gli sforzi degli abati non sono in grado di sanare la situazione, tanto che a fine secolo sono costretti a vendere al comune di San Severino il castello di Elcito, i cui abitanti si erano sollevati in massa, per 1950 libre di ravennati e anconitani. Neppure una somma così ingente è sufficiente per i lavori di ristrutturazione e per risollevare la situazione finanziaria: gli abati, su permesso del vescovo, vendono anche alcune proprietà e danno in pegno gli oggetti indispensabili all’espletamento delle funzioni liturgiche, quali una bibbia e un calice.

Un momentaneo tentativo di risollevarne le sorti viene compiuto nel 1327 dal vescovo di Camerino Berardo, con l’incorporazione di S. Mariano in Valle Fabiana, i cui monaci, in seguito alla distruzione del loro monastero ad opera delle truppe di Federico II, sono stati costretti a ritirarsi entro le mura di Sanseverino e non sono più in grado di sostenersi autonomamente. I benefici effetti dell’unione hanno breve durata, in quanto i monasteri riuniti si ritrovano presto in una situazione finanziaria sempre più precaria, oppressi dai debiti contratti e non ancora estinti e da continue vertenze per il mantenimento delle proprietà. Nonostante gli interventi della Camera apostolica nel 1427 e del pontefice Nicolò V nel 1449 ipochi monaci rimasti vivono in estrema povertà e disorientamento. Intorno agli anni settanta la Camera apostolica affida i due monasteri in commenda al cardinale Gian Giacomo Castellani di Parma e dopo la sua morte, avvenuta nel 1487, al cardinale Raffaele Riario. Dopo la rinuncia del Riario, nel 1489 l’abbazia viene abbandonata dai monaci e Innocenzo VIII l’affida al Capitolo di Sanseverino.

Del monastero, distrutto da un terremoto nel 1799, rimangono i capitelli della cripta a motivi geometrici e zoomorfi, con simboli dei quattro evangelisti, unica testimonianza dell’antico complesso cenobitico benedettino.